Persone

SUOR NICOLINA, YAHELA E IL CONIGLIO BIANCO DI ALICE 

Suor Nicolina, accortasi che eravamo sveglie, ci ha bussato alla porta con una moka fumante pronta a riempire due tazzine di fine porcellana rosa.
Doccia e sacche.

Durante i nostri pellegrinaggi abbiamo sempre portato con noi dei testi e delle letture che ci accompagnassero lungo la strada, come riflessione e come preghiera: tra Canterbury e Roma avevamo alcune lettere di San Paolo, lungo il Reno una raccolta di lettere di Carlo Magno ai suoi vescovi.
Quest’anno abbiamo scelto San Francesco: i suoi scritti e quelli di Santa Chiara, assieme ad alcuni approfondimenti teologici, fanno da sfondo al nostro peregrinare.
Questa mattina ci siamo prese qualche minuto per leggere all’ombra nel giardino curato della casa delle suore. Anche suor Nicolina ci ha raggiunte e si è silenziosamente seduta con noi ad ascoltare, su un piccolo piccolo tavolo di plastica da gioco da bambini.
Quando siamo ripartite, il suo saluto ed suoi ringraziamenti per la nostra testimonianza sono stati anche più calorosi ed intensi di quelli da noi a lei rivolti, per la sua ospitalità.

Colazione al bar con la ragazza che ieri sera ci ha invitato dalla finestra: Yahela, ex Daniela, che ha lasciato il suo vecchio nome per assumere quello del suo angelo custode.
Prevalentemente è artista e cantante soprano. Scrive di esoterismo e alimentazione bioenergetica, è amica cara del fondatore dell’ entusiasmologia e a volte aiuta le persone con la psicoterapia.
Ha una casa qui che sta ristrutturando e sogna di farne il suo piccolo, personale rifugio.
Ci parla un po’ di sé ed ascolta con entusiasmo la nostra storia.
Ci salutiamo presto e ci mettiamo in sella. Il piccolo paese di Cascano scompare in breve alle nostre spalle.

Come previsto, la strada di questa mattina è una lunga linea spezzata che taglia i campi deserti. La percorriamo in fila come due chiocciole sotto il sole caldissimo. Rari e radi filari di pioppi interrompono il piatto e monotono panorama, facendo ombra alle sottili interpoderali che si diramano dalla statale, ma ovviamente non a noi.
Breve pausa pranzo a Santa Maria Capua Vetere, in un gelidissimo bar saturo di un profumo per ambienti penetrante e fitto fino alla nausea.
Siamo alle porte di Caserta intorno alle 18:00.
La periferia è desolata e desolante, e vorremmo lasciarcela alle spalle il più velocemente possibile.
Dopo poco, strade strette e lastricate e palazzi vetusti e cadenti ci avvertono dell’avvicinarsi della zona più vecchia.
Proprio mentre stiamo per addentrarci – e probabilmente perderci – nel fitto e complicato dedalo delle vie del centro, ci viene incontro un ciclista: “Dove siete dirette?”
“Dovremmo uscire da Caserta e riprendere l’Appia verso Benevento”.
“E’ piuttosto complicato… Se volete vi scorto io fino al primo paese, Maddaloni, saranno 15 km, lavoro lì.”
La faccia è pulita, da persona tranquilla. Da sportivo. L’approccio non ci mette in allarme.
Accettiamo.
Sfiliamo trotterellando faticosamente dietro di lui per rombanti e fumose tangenziali incartate su sé stesse.
Fa ancora molto caldo e stiamo sviluppando una certa allergia verso le caotiche città. Anche i nostri nasi, che in questi giorni si sono potuti disintossicare dall’odore dello smog, si arricciano.
La nostra lepre personale corre come una saetta, nonostante si veda che scalpita, per aspettarci. Pur non vedendone il volto, son sicura che un po’ stia sbuffando.
È un coniglio bianco di Alice, senza il panciotto, e con due quadricipiti così!

5agosto2013 – dal diario di viaggio “D2_daromaagerusalemme”


EMILE

Calais, Coquelles, Frethun, Guines, Ecottes, Licques…
È ormai pomeriggio. Abbiamo iniziato a cercare alloggio per questa notte, e siamo al quarto tentativo. Alla risposta del curato del paese “l’anno prossimo è dei pellegrini, quest’ano no!” e ad un’altra porta in faccia, gettiamo la spugna. Sedute sui gradini della sagrestia di San Norberto, ci consoliamo con dei Kinder Bueno.
Mi domando: <“Bussate e vi sarà aperto”…Ma dove è??…>.
Ripartiamo, alla ricerca di un campeggio. Ci sorprende un cielo tetro di nuvole nere e ocra, improvvise raffiche di vento e un acquazzone imminente. Non faremo mai in tempo a raggiungere un camping, ammesso ve ne sia uno nei paraggi.
Inizia a piovere.

Un vecchio signore ci guarda dalla staccionata del proprio piccolo giardino.
Ha un garage?” “Ho due stanze“.
La pioggia ormai battente ci fa vincere la paura, e ci offre pace lo sguardo di quell’uomo, calmo e profondo come l’oceano. Siamo dentro appena in tempo per sfuggire alla pioggia che si è fatta scrosciante.
L’obolo della vedova“, chi meno ha, più dà.
Emile. È un uomo solo e menomato, occhi blu intensi e tristi. La casa è su due piani: sotto una cucina trasandata e logora ed un grande letto, vecchio anche lui, in una stanza priva di arredo. Sopra, due stanze vuote: in una, la carta con papere e orsi alle pareti racconta di un passato allietato dai giochi di un bimbo. Ci inquieta una botola aperta su una soffitta buia e diroccata. Il bagno che abbiamo a disposizione è polveroso e probabilmente poco usato, pochi panni stesi ad asciugare. In una terza stanza, solo un tavolo al centro con una muffa valigia di cuoio poggiata nel mezzo, forse in grado di raccogliere tutte le cose care: ironia di una partenza non certo imminente, o che probabilmente non avverrà mai.
Siamo colpite, grate, dispiaciute perché la nostra scarsa conoscenza della lingua non ci consente di fare nemmeno un po’ di compagnia, o di rompere il ghiaccio di un imbarazzato silenzio.

Sistemiamo le nostre cose per la sera. Appena spiove un poco ci allontaniamo qualche minuto per acquistare dell’acqua ed un’ottima birra Pelforth – quella con il pellicano -, che ci sarà da genere di conforto per la cena. Camminando ci emoziona vedere, per la prima volta dal vivo, i cartelli della “Via Francigena“.

Rincasiamo.
Dalla stanza al primo piano vediamo Emile aggirarsi nel giardino perfettamente curato e toccare con amore le piante, rimestare la terra, rimettere in piedi ciò che è caduto con la pioggia, o si è incurvato con il vento. Ora rastrella l’erba appena tagliata.
Sono le 22:00 e fuori è appena iniziato l’imbrunire. Sistemiamo la documentazione raccolta. Ci apprestiamo a finire l’aperitivo – niente più di qualche cracker ed un piccolo pacchetto di patatine -. Poi cena e a letto sul pavimento duro, protette da un poncho steso e dai sacchi a pelo. È stata una giornata piena ed intensa. Crolliamo, stanche e grate.

28luglio2008 – dal diario del pellegrinaggio “Via Francigena del nord – da Canterbury a Roma in 44 giorni”


pranzo-frugale-cappello

RICCARDO

Riccardo ha una macelleria sulla statale, all’ombra delle montagne, sotto il valico.
Ci fermiamo a bere, si affaccia: “Ma voi andate in Terra Santa? Vi ho visto alla televisione!”
È un ragazzone imponente, ha occhi scuri e ciglia lunghe, e un sorriso tenero.
Ci vuole offrire qualcosa. Entra e riesce con una confezione di merendine al cioccolato ed un paccone di biscotti.
Accettiamo un paio di biscotti.
“Hai figli? I bimbi sono ghiotti di merendine al cioccolato!”.
“No”. Ci risponde. “Qua non è come al nord. Qua se vai al bar tra noi ci si offre il caffè, e ogni volta è un caffè, e alla fine sono 10€ al giorno.
Io invece ho un fornelletto e il caffè me lo faccio da solo. Ho i cornetti, e pure le sigarette me le costruisco io. Così 10€ li spendo in un mese!”.
Riccardo è una gran persona.
Riccardo ha le maniche arrotolate, come chi lavora.
Ci regala una bottiglia di acqua ghiacciata. Lo salutiamo.
Procediamo per la salita, su attraverso le Forche Caudine, e poi fino in cima, ad Arpaia, dove finalmente ci fermiamo per un’abbondante colazione -abbondante è solo un tiepido eufemismo che non rende minimamente giustizia al gigantismo degli oggetti che ci vengono messi sul tavolo-: cornetti smisurati, bicchieri di latte che sembrano brocche ed una tortina alla crema di ricotta che peserà un chilo.
Ma, tanto, “Dopo è tutta discesa”…
6agosto2013 – dal diario di viaggio “D2_daromaagerusalemme”

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