Culture

CAMPOMARINO, GLI ARBËRESHË E UNA CULTURA  “MESCOLATA”, DA SEMPRE

8:16
Stamattina un vento teso e arrabbiato arruffava le onde di un mare grosso e pieno di schiuma.
Le reti secche e bianche di sale e le barche con gli scafi di legno sventrati per la manutenzione mi hanno lasciato addosso un senso di malinconia, umido ed appiccicoso come la salsedine.
Franco è venuto a prendermi alle 8:40 e con lui abbiamo provato a vedere se la macchina fosse in grado di affrontare il viaggio almeno da qui a Cerignola. Ricevuto l’ok dal cognato carrozziere ci muoviamo verso Campomarino.
I due “Franco” di Libera Molise hanno organizzato un incontro presso l’Istituto comprensivo “Carriero”, alla presenza del preside e di rappresentanti dell’amministrazione comunale.
Appoggiato sulla costa adriatica, Campomarino è uno dei cinque Comuni molisani di tradizione arbëreshë, eredità di antichi insediamenti balcanici in queste zone della cui tradizione, lingua e cultura gli adulti di oggi sono ultimi depositari.
Gli arbëreshë sono i discendenti degli albanesi venuti in Italia alla fine del ‘400 al seguito del loro condottiero Giorgio Castriota, detto Skanderberg. Skanderberg fu eroe e patriota albanese, difensore leggendario della propria terra dalle invasioni ottomane a cavallo della metà del XV secolo. L’eroismo e le doti militari lo resero popolare in tutto l’occidente, fu alleato forte dei cristiani e dei sovrani italiani contro l’espansione turca. In Italia combatté anche al fianco del re di Napoli Ferdinando I d’Aragona contro gli Angiò: per tale intervento il re donò al Castriota feudi sul Gargano e a Trani, in Puglia.
I discendenti di quegli albanesi di Skanderberg sono oggi sparpagliati in tutto il sud d’Italia, in quasi 60 comunità arbëreshë, molte delle quali in Calabria e Puglia.

9:30
All’incontro con i ragazzi della scuola, nell’aula magna, parla a lungo il preside.
Racconta del passato e del presente di questa tessera del mosaico Italia, e di come qui la parola Migrazione racconti non di “altri” venuti da noi, ma di “noi” arrivati da un altro luogo.
Ricorda il suono melodioso della lingua arbëreshë che sentiva parlare nel suo paese, quando era piccolo, che ora qui non si sente quasi più.
I giovani non lo parlano, e pochi lo capiscono.
Parla con l’amarezza e la nostalgia di un sognatore che guarda il mare arrabbiato dalla cima di un faro, in una sera senza cielo.
I ragazzi parlottano sotto, si distraggono, li sgridiamo. Ma sono vita, vita e basta. E non puoi trattenere la vita, per fortuna.
Parla delle comunità arbëreshë, che sono italiane ma sono anche albanesi. Io penso che abbiano un’identità “sporca”. Nella nostra mente una cosa sporca richiama in un istante a qualcosa di brutto e indesiderabile.
Nella nostra mente di adulti… ma quanto è bello e fa parte del gioco di imparare la vita quando, da bambini, ci si sporca di tutto il mondo che abbiamo intorno: dell’erba, della terra, del cibo che impariamo per le prime volte. E lo dobbiamo toccare e ci dobbiamo “sporcare”, e siamo ancora pieni di curiosità e di gioia. E la sporcizia non è una cosa brutta, ma bella, e pulita – libera – da pregiudizi, vincoli e paure.
E chi può dire che una mano sia “sporca” dopo che ha modellato l’argilla sul tornio, o che lo sia una tavolozza piena di colori mescolati? Intendo per “sporca” un’esperienza libera di mescolamento di ingredienti, che insieme danno vita ad una cosa nuova.
Penso che le comunità arbëreshë abbiano un’identità sporca. Sporca dei colori dell’Italia e dell’Albania.
Sporca come una cuccuma in cui metti il riso, ed il sugo, e l’uovo, ed il formaggio. Componi con le mani oggettini rotondeggianti e ci nascondi dentro la mozzarella, li giri nel pangrattato e li friggi. E allora non è più riso, né sugo, né mozzarella: sono arancini!
Gli arbëreshë sono più della somma di due culture che si sono incontrate e mescolate nei secoli, dando origine a qualcosa di diverso e completamente nuovo: sono la rielaborazione delle origini. Sono come un figlio che conserva i tratti dei genitori, ma prende la propria strada. Forse fare un figlio non può essere considerato come il più straordinario percorso di integrazione?
Penso che gli arbëreshë abbiano da insegnar molto su quanto una identità nata dalla mescolanza possa essere più ricca ed aperta e non impoverirsi o perdersi, nel processo di integrazione.
L’anno scorso a Siracusa conobbi Don Carlo. Un prete di strada, un Uomo straordinario. Mi parlò della Sicilia:
“Se pensi alla Sicilia la puoi capire guardando la cassata: i conquistatori arrivati nei secoli non hanno depredato bensì arricchito, portando ognuno ciò che aveva con sé, nelle stive delle proprie navi. Nella cassata trovi la ricotta, gli agrumi, le mandorle, i canditi, i pistacchi la pasta frolla, poi il pan di Spagna ed il cioccolato. Ci trovi i romani, i greci, gli arabi e l’oriente, ci trovi gli spagnoli. Ci trovi secoli di rielaborazioni ed aggiunte, fino ad oggi. Una leggenda fa risalire il nome a “Quas’at“, la ciotola in cui era avvenuto l’impasto…” Anche la siciliana è un’identità “sporca”. Penso che non mi dispiacerebbe essere figlia di un’identità sporca.
Il preside dell’Istituto Carriero parla in albanese con un insegnante seduto tra i ragazzi. Vorrebbe riuscire a contrastare l’oblio del tempo ma la realtà, qui, è che dell’eredità arbëreshë gli adulti di oggi sembrano essere gli ultimi custodi…
28marzo2015 – “12000 km in bici per i Fantasmi del Mediterraneo, Viaggio del sud”

Se ti va, lascia un commento, mi farà piacere!